Palazzo dei Normanni

È uno dei monumenti più visitati nella Sicilia e dal 2015 è Patrimonio dell’Unesco nell’ambito del sito seriale “Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale”. Tanto basterebbe per stimolare una certa curiosità verso Palazzo dei Normanni, detto anche come Palazzo Reale. Il motivo di questa notorietà è semplice: l’edificio è la più antica residenza reale d’Europa, ex dimora dei sovrani del Regno di Sicilia, sede imperiale di Federico II e Corrado IV e dello storico Parlamento siciliano. Monumento simbolo di un’epoca d’oro per Palermo e la stessa Sicilia, il palazzo custodisce tesori d’arte di inestimabile valore, primo fra tutti la Cappella Palatina, che Guy de Maupassant non ebbe indugio a definire “la più bella che esiste al mondo, il più stupendo gioiello religioso vagheggiato dal pensiero umano ed eseguito da mano d’artista”. A volere la costruzione della Cappella fu Ruggero II, che all’indomani della sua incoronazione, avvenuta nel 1130, volle sottolineare l’incontro fra culture e religiosi diverse in un luogo che riunì maestranze bizantine, islamiche e latine.
Ma la reggia palermitana ha altre sorprese in serbo: la splendida Sala d’Ercola, decorata da un ciclo di affreschi rifinito nel XIX secolo da Velasquez, gli Appartamenti e i Giardini Reali, con piante plurisecolari che da sole meriterebbero la visita.

Palazzo Butera

Nel 1735, l’edificio fatto costruire circa trent’anni prima sul frontemare di Palermo dal Duca Branciforti Girolamo Martini diventa di proprietà dei Principi Butera, giusto in tempo per ospitare Carlo di Borbone appena incoronato. Nel 1760, dopo un terribile incendio, il Principe Butera acquista anche l’edificio accanto dei Principi Moncada, e dall’unione delle due proprietà deriva ciò che oggi ancora si vede. L’artista Gioacchino Martorana riceve la committenza dei decori pittorici, cui nel periodo Roccocò si aggiungono stucchi, specchiere e molto altro.

Questo l’antefatto di quanto accade oggi in questo meraviglioso centro d’arte che è Palazzo Butera, acquistato nel 2016 da Massimo Valsecchi e Francesca Frua De Angeli. Importanti lavori di restauro hanno riportato la dimora a quell’epoca d’oro, cui si è aggiunto l’allestimento della straordinaria collezione di opere raccolte dai due proprietari rimasta per anni in prestito al Fitzwilliam Museum di Cambridge e all’Ashmolean Museum di Oxford.
La formazione della Collezione Valsecchi è avvenuta a Londra, nell’arco degli ultimi cinquant’anni, ed è stata definita “the least known private holding of great art in London” (Susan Moore, ‘Apollo’, giugno 2016).

Ora al piano terra di Palazzo Butera c’è una biblioteca di consultazione, spazi per le esposizioni temporanee e per le attività didattiche rivolte agli studenti delle scuole e delle università. Il primo piano è di fruizione privata e è una casa-museo, mentre il secondo piano nobile è aperto al pubblico per le visite guidate. Per ridare un senso di mecenatismo al palazzo, è disponibile anche una foresteria, pronta ad accogliere artisti, curatori e personalità della cultura coinvolti nelle attività espositive in-house.

GAM Galleria d’Arte Moderna

Ciò che oggi vediamo allestito all’interno del Complesso Monumentale di Sant’Anna è frutto di oltre un secolo di lavoro, per far sì che la GAM – Galleria d’Arte Moderna di Palermo diventasse una delle più moderne e proattive istituzioni culturali del capoluogo siciliano e non solo. L’attuale sede è attiva dal 2006, e ha visto un team di grandi esperti collaborare per la sua realizzazione: il progetto generale di ordinamento scientifico del Museo è stato curato da un gruppo di studiosi sotto la guida di Fernando Mazzocca e composto da Gioacchino Barbera, Luisa Martorelli, Antonella Purpura e Carlo Sisi, mentre l’allestimento è stato firmato da Corrado Anselmi e quello illuminotecnico da Leonardo Adragna.

La GAM è oggi un ensemble di 14 sezioni tematiche e monografiche che illustrano il percorso delle arti figurative in Italia tra Otto e Novecento e tra i maggiori capolavori comprende le grandi tele di Giuseppe Sciuti, i paesaggi di Francesco Lojacono, il naturalismo di Antonio Leto, gli echi Art Nouveau di Ettore De Maria Bergler, il gusto luministico di Giovanni Boldini. Il Novecento è invece rappresentato da una carrellata di opere di Massimo Campigli, Felice Casorati, Mario Sironi, Renato Guttuso, Franz von Stuck, aggiuntesi alla collezione iniziale esposta per la prima volta il 24 maggio 1910 nel Ridotto del Teatro Politeama. All’epoca, era in voga la Belle Epoque e a dirigere le operazioni c’era Empedocle Restivo, alla cui memoria è oggi intitolata la GAM.

Museo delle Maioliche

Può una collezione di mattonelle diventare oggetto da museo? Sì, se queste sono frutto di una lavorazione artigianale sopraffina, siciliana e campana, e datata tra il XV e il XX secolo. A Palermo, nel quartiere della Kalsa, sorge Palazzo Torre Pirajno, in cui oggi ha sede questo originale museo dal nome altrettanto curioso, Casa Museo “Stanze al Genio”, ispirato alla fontana del Genio della vicina Piazza Rivoluzione. L’edificio, appartenuto prima ai Fernandez di Valdes, nel corso del Settecento ai Torre – Benso Principi della Torre e successivamente ad i Pirajno, solo di recente è stato restaurato e riportato al suo aspetto originario. Al piano nobile, dove tutto evoca il XVI e XVII secolo, otto sale sono state interamente restaurate per recuperare i decori originali celati da strati di intonaco, i lambris e buone parte delle pavimentazioni d’epoca. Con quasi 5000 esemplari di mattonelle esposte è una tra le più grandi collezioni aperte al pubblico in tutta Europa, suddivisa in base all’epoca ed alla provenienza geografica e incrementata ogni anno con l’inserimento di nuovi pezzi. Collezioni minori di giocattoli antichi, scatole di latta, oggetti vintage e articoli di cancelleria d’epoca fanno da corollario all’esposizione della Casa-Museo.

Le Vie dei Tesori

Per far capire cos’è il progetto “Le Vie dei Tesori” bisogna farlo in numeri: 87 luoghi da visitare, 26 esperienze create ad hoc per scoprire la destinazione, 100 itinerari urbani e 9 fuori porta. E come se non bastasse, un festival nel festival, che vede svolgersi per le vie della città spettacoli teatrali e di musica. Le Vie dei Tesori è un Festival nato a Palermo nel 2006, pensato per aprire al grande pubblico luoghi solitamente inaccessibili e per far conoscere realtà uniche, trasformando il centro storico in un vero e proprio museo en plein air. Negli anni, la manifestazione si è andata allargando a macchia d’olio, e a oggi si svolge per 5 fine settimana, fra ottobre e novembre, in altre quattro città: Bagheria, Carini, Cefalù e Termini Imerese. Un evento pensato non solo per i visitatori, ma anche per i cittadini, in un’ottica di riappropriazione dell’identità culturale di un contesto sociale.

La Via di Francesco

Cinquecento km in tutto, da La Verna in Toscana fino a Roma. La Via di Francesco è dedicata a tutti coloro che vogliono ripercorrere, passo dopo passo, opere e gesta del “Poverello di Assisi”, in un iter spirituale che attinge valore anche dalla bellezza e dalla serenità sprigionata dai luoghi in cui si fa tappa. Due i percorsi principali: La Via del Nord – 200 km in 10 tappe a piedi, 7 in bicicletta – e la Via del Sud – 300 km in 18 tappe a piedi, 11 su due ruote.

La natura selvaggia del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi avvolge il Santuario de La Verna, punto di partenza della “variante Nord”, ma soprattutto uno dei luoghi più amati da San Francesco. Si lascia alle spalle la Toscana alla volta dell’Umbria, attraverso le colline dell’Alta Valle del Tevere, toccando i centri di Citerna, Città di Castello e Pietralunga. Gubbio, con il suo ricco patrimonio d’arte e natura che invita alla sosta, evoca il ricordo del primo pellegrinaggio del Santo, lasciando poi riprendere la strada verso Valfabbrica. Una teoria di dolci colline porta ad Assisi, città che nel 1182 gli diede i natali e che dal 2000 è Patrimonio dell’Umanità, insieme alla Basilica di San Francesco, dove è conservato il sarcofago con le sue spoglie, alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, custode della Porziuncola – la piccola chiesa in cui il Poverello avrebbe compreso la sua vocazione – , e agli altri siti a lui legati nei dintorni.

La “variante Sud” parte da Roma e segue il corso del Tevere. Dopo aver attraversato la campagna romana, la Sabina e la Valle Santa di Rieti, si giunge al Lago di Piediluco, già in terra d’Umbria, e si attraversa la Valnerina, toccando i caratteristici borghi di Arrone, Ferentillo e Ceselli, e dopo aver visitato il Bosco Sacro e il Santuario francescano di Monteluco, si giunge nella Valle di Spoleto. Qui, il tempo scorre fra una visita alla città del Festival dei Due Monti, e i vicini centri di Poreta, Trevi – celebre per la Cascata di Comunacque sui monti Simbruini – e le medievali Foligno e Spello. Ultima tappa, Assisi, là dove il senso del viaggio si sublima anche negli affreschi di Giotto e Cimabue, nella Basilica dove dal 1230 il Santo riposa.

Abbazia di Montecassino

Le tre tastiere e le 5200 canne dell’organo settecentesco dell’Abbazia di Montecassino funzionano perfettamente, come fossero nuove, tanto quanto le 82 sedute intarsiate del coro ligneo poste attorno all’altare centrale. E questo grazie alla meticolosa opera di restauro che ha interessato tutto l’immenso complesso edilizio, raso al suolo dai bombardamenti degli Alleati nel 1944.

Un luogo che nei suoi 1500 anni di vita è stato duramente colpito più e più volte, per esempio nel 570 dal saccheggio dei Longobardi e nell’883 da quello dei Saraceni. Eppure, ogni volta, la prima abbazia fondata da San Benedetto nel 529 è risorta dalle proprie ceneri, arrivando a noi intatta nella sua bellezza architettonica, oggi custode di un immenso patrimonio di antichissimi manoscritti, codici miniati, incunaboli, paramenti liturgici, oreficerie sacre e persino di opere pittoriche di Sandro Botticelli, Luca Giordano e Pietro Annigoni.

Tesori portati in dono da duchi, principi, re, imperatori e pontefici, poi messi in salvo dalle truppe tedesche poco prima dell’attacco aereo, che per settimane li trasportarono in Vaticano in gran segreto, e infine riportati qui al termine del restauro. Una storia travagliata quanto ricca di colpi di scena, consacrata alla Regola benedettina dell’”Ora et labora”, e poi riconsacrata nel 1964 da Papa Paolo VI con queste parole: “Pace a questa casa e a tutti quelli che ne hanno dimora. Qui la pace troviamo, come invidiato tesoro nella sua più sicura custodia”.

Skip to content